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neurosviluppo
13/07/2026

D-aspartato: una possibile chiave comune tra autismo, schizofrenia, sviluppo e modificazioni di funzioni cognitive specifiche lungo l'arco di vita

Ogni tanto la ricerca scientifica produce risultati che non aggiungono semplicemente un nuovo tassello alle conoscenze esistenti, ma suggeriscono di riorganizzare l'intero mosaico. È il caso di un'importante linea di ricerca coordinata dall'Università della Campania "Luigi Vanvitelli", che individua nell'acido D-aspartico un possibile elemento chiave nello sviluppo del cervello e, forse, uno dei meccanismi biologici comuni ad alcune condizioni che per molti anni sono state considerate profondamente diverse tra loro: disturbo dello spettro autistico, schizofrenia, disabilità intellettiva congenita e demenze.

L'acido D-aspartico è una molecola particolare. A differenza degli aminoacidi che normalmente costituiscono le proteine dell'organismo, è presente in concentrazioni elevate soprattutto durante la vita embrionale e fetale, quando il cervello si sta formando. In questa fase sembra svolgere un ruolo fondamentale nella maturazione della corteccia cerebrale, nella formazione delle connessioni tra i neuroni e nella regolazione della plasticità delle reti nervose. Dopo la nascita i suoi livelli diminuiscono progressivamente, principalmente per effetto della D-aspartato ossidasi, l'enzima che ne regola la degradazione.

Proprio questo equilibrio è al centro di uno studio sviluppato nell'arco di circa quindici anni dal Ceinge di Napoli, dall'Università Vanvitelli e dall'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, che ha coinvolto circa duecento pazienti.

La ricerca ha preso avvio dall'osservazione di una giovane donna che presentava contemporaneamente tre condizioni cliniche: disabilità intellettiva, disturbo dello spettro autistico e schizofrenia. L'analisi genetica ha evidenziato una duplicazione del gene che codifica per la D-aspartato ossidasi. Poiché questo enzima degrada il D-aspartato, una sua aumentata attività potrebbe determinare una riduzione della disponibilità della molecola proprio nelle fasi più delicate dello sviluppo cerebrale.

Per verificare che non si trattasse di un caso isolato, il gruppo di ricerca ha confrontato questi risultati con grandi biobanche internazionali di tessuto cerebrale umano, integrando l'analisi con metodologie bioinformatiche e strumenti di intelligenza artificiale. I dati hanno mostrato che, sia nei soggetti con schizofrenia sia in quelli con disturbo dello spettro autistico, erano frequentemente presenti livelli ridotti di D-aspartato nella corteccia cerebrale, compatibili con un'aumentata degradazione o con una ridotta sintesi della molecola.

Un ulteriore filone di ricerca, attualmente in fase di completamento, suggerisce inoltre un possibile coinvolgimento del microbiota intestinale. Nei bambini con disturbo dello spettro autistico sarebbe infatti stata osservata una riduzione di alcune popolazioni batteriche coinvolte nella produzione di D-aminoacidi. Se tale osservazione verrà confermata, si rafforzerà l'idea che lo sviluppo del cervello sia influenzato da un'interazione complessa tra genetica, metabolismo e microbiota.

Anche gli studi sperimentali condotti su modelli animali hanno fornito risultati interessanti. Nei topi anziani la somministrazione di D-aspartato è stata associata a un miglioramento delle prestazioni mnestiche e della plasticità neuronale. Alcuni studi pilota sull'uomo hanno inoltre suggerito possibili effetti favorevoli sulle funzioni cognitive durante l'invecchiamento, sebbene tali dati richiedano conferme attraverso sperimentazioni cliniche di dimensioni molto maggiori.

È importante evitare interpretazioni affrettate. Nessuno di questi risultati autorizza oggi a considerare il D-aspartato una terapia per l'autismo, la schizofrenia o altre condizioni neuropsichiatriche. La molecola svolge un ruolo estremamente delicato durante lo sviluppo del sistema nervoso e qualsiasi eventuale intervento terapeutico dovrà essere valutato con grande cautela, definendo con precisione dosi, tempi di somministrazione e possibili effetti collaterali.

Le prospettive aperte da questa ricerca sono tuttavia rilevanti. Una migliore comprensione del metabolismo del D-aspartato potrebbe favorire l'identificazione di nuovi biomarcatori di rischio, migliorare la diagnosi precoce di alcune condizioni del neurosviluppo e, in futuro, contribuire allo sviluppo di interventi personalizzati rivolti a specifici sottogruppi di pazienti.

L'aspetto probabilmente più interessante dello studio, però, riguarda il suo significato teorico. Per molti decenni autismo, schizofrenia, disabilità intellettiva e demenze sono stati studiati come categorie nettamente separate. Le nuove evidenze suggeriscono invece che almeno una parte di queste condizioni possa condividere alterazioni biologiche molto precoci, insorte durante lo sviluppo prenatale (intrauterino), capaci di manifestarsi successivamente con quadri clinici differenti in funzione del patrimonio genetico individuale, dei fattori ambientali e delle successive traiettorie di sviluppo.

In realtà questo filone di ricerca affonda le proprie radici in osservazioni precedenti. Già nel 2011 uno studio genetico internazionale aveva identificato rare mutazioni de novo nei geni GRIN2A e GRIN2B, che codificano alcune delle principali subunità del recettore NMDA (acido N-metil-D-aspartico), in pazienti con schizofrenia e disturbo dello spettro autistico, rafforzando l'ipotesi che queste condizioni condividessero alterazioni della trasmissione glutammatergica durante lo sviluppo cerebrale. Lo stesso lavoro richiamava anche la stretta relazione con la disabilità intellettiva, delineando un possibile continuum biologico tra condizioni fino ad allora considerate indipendenti.

In questa prospettiva, le nuove ricerche sul D-aspartato rappresentano una naturale evoluzione di quel percorso scientifico. Il D-aspartato è infatti uno dei principali modulatori fisiologici del recettore NMDA durante lo sviluppo del sistema nervoso e potrebbe costituire uno dei meccanismi attraverso cui alterazioni genetiche differenti finiscono per convergere sugli stessi circuiti neurobiologici.

Anche sul piano clinico e psicopatologico questa interpretazione trova importanti elementi di continuità. Già nel 2015, durante il congresso internazionale della European Association for Mental Health in Intellectual Disability (EAMHID), avevamo proposto un modello volto a superare la tradizionale separazione tra disturbi del neurosviluppo e disturbi psichiatrici "tradizionali", evidenziando come numerose condizioni condividano meccanismi eziopatogenetici, traiettorie evolutive e dimensioni psicopatologiche comuni. Tale impostazione, pubblicata nello Special Issue del Journal of Intellectual Disability Research dedicato agli atti congressuali, anticipava la crescente attenzione verso una concezione integrata della psicopatologia del neurosviluppo.

Le evidenze oggi disponibili sembrano offrire un ulteriore sostegno biologico a questa prospettiva. Più che identificare una singola "molecola dell'autismo" o della schizofrenia, il D-aspartato contribuisce infatti a rafforzare l'idea che numerose condizioni neuropsichiatriche possano rappresentare espressioni differenti di alterazioni che si instaurano molto precocemente durante lo sviluppo cerebrale.

Se questa ipotesi sarà confermata, il cambiamento non riguarderà soltanto la ricerca di nuovi trattamenti. Potrebbe modificare il modo stesso di classificare e comprendere i disturbi mentali, spostando progressivamente l'attenzione dalle diagnosi tradizionali ai meccanismi biologici condivisi e alle traiettorie del neurosviluppo che li hanno generati.

RIFERIMENTI

- Bertelli M.O. (2015). The importance of the neurodevelopmental component in psychic vulnerability: introducing the abstracts proceedings of the 10th international congress of the European Association for Mental Health in Intellectual Disability. Journal of Intellectual Disability Research, 59(Suppl. 1): 3-5. doi:10.1111/jir.12214. 

- Tarabeux, J., O. Kebir, J. Gauthier, F. F. Hamdan, L. Xiong, A. Piton, D. Spiegelman, et al. 2011. Rare mutations in n-methyl-d-aspartate glutamate receptors in autism spectrum disorders and schizophrenia. Translational Psychiatry 1(11): e55.Tarabeux, J., O. Kebir, J. Gauthier, F. F. Hamdan, L. Xiong, A. Piton, D. Spiegelman, et al. 2011. Rare mutations in n-methyl-d-aspartate glutamate receptors in autism spectrum disorders and schizophrenia. Translational Psychiatry 1(11): e55.

- Autismo, schizofrenia e memoria: la chiave potrebbe essere un aminoacido invertito https://www.mondosanita.it/news/ultime-scoperte/101900/autismo-schizofrenia-e-memoria-la-chiave-potrebbe-essere-un-aminoacido-invertito.html (u.a. 13/7/26)

Marco O. Bertelli